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COME E’ NATA LA PASSIONE PER IL DESIGN E PER L’ARCHITETTURA?
È una domanda alla quale è difficile trovare una risposta. A me è sempre piaciuto disegnare da ragazzino. Durante gli studi al liceo, avevo delle grosse capacità su certi temi e scarsa passione per altri temi e una delle capacità che avevo era quella di disegnare molto bene a livello geometrico, ma soprattutto mi piaceva quello che adesso si chiama rendering.

Avevo una grossa capacità di sviluppo e di comprensione della geometria, in tutte le sue forme, geometria a livello tecnico…  – da bambino volevo fare l’ingegnere, ma poi ho capito che gli studi che mi potevano esser utili erano quelli di architettura; cosa avrei fatto dopo non lo sapevo – come molti ragazzi ora – anche perché non prevedevo il futuro e non immaginavo quale sarebbe stato lo scenario del mondo italiano da quando io stavo studiando in avanti. La scelta iniziale non è stata casuale: diciamo che con il tempo – parlando di design – è maturata in un momento nel quale la mia attività professionale era già iniziata. Io mi sono laureato in architettura, ho cominciato a fare l’architetto, ho cominciato a costruire. Tuttavia non avevo i canali giusti per affrontare i temi di architettura che mi interessavano. Poi le cose si sono evolute per conto loro: infatti non sempre riesci a pilotarle come tu vorresti.

In un momento di crisi per la mia attività come architetto ho tentato una strada alternativa volgendo la mia attenzione  agli oggetti di arredo. Le sedute mi hanno sempre interessato e  già allora le consideravo un elemento fondamentale ed emblematico del nostro modo di abitare. In  quel periodo mi è venuto in mente di creare una seduta in vetroresina. La vetroresina era  allora una tecnologia all’avanguardia e cominciava a essere utilizzata a livello artigianale per le imbarcazioni,per qualche arredo e anche in architettura, Volevo fare una forma con un’immagine nuova e provocante; per questo ho cominciato  a lavorare su una poltrona  pensando di utilizzare questo materiale , che mi  affascinava  per le straordinarie possibilità formali che offriva:  Nello stesso tempo ho cominciato a mettere a fuoco un criterio di elaborazione del progetto nuovo, che consentisse un continuo controllo della forma durante il suo sviluppo. Coerentemente con questo criterio, per il progetto della poltrona in vetroresina (che ebbe poi il nome Gaia) ho lavorato direttamente su un modello di gesso.

Gaia ha segnato una svolta nella mia attività. .E’ nata, come ho detto, in un momento di scarsa fortuna professionale come architetto e mi ha offerto insperate possibilità come designer.

Due sono le circostanze che hanno segnato questo inizio : una è stata l’invenzione di questa poltrona, che è stata fatta quasi per disperazione, ( non sapevo cosa fare,  non avevo committenti validi o faticavo a raggiungerli… e comunque  ero troppo impaziente per fare dei concorsi o per intraprendere , come sarebbe stato opportuno, un tirocinio professionale presso uno studio di architettura qualificato) , la seconda è stato il rapporto, nato proprio attraverso Gaia , con l’azienda di punta, di cultura, di allora, che era ARFLEX .Le due cose mi hanno poi  anche aperta la strada per l’insegnamento.

A proposito ARFLEX, io già anni prima avevo fatto una libreria per loro.Il rapporto con questa azienda era nato così: l’ amministratore delegato  Alberto Burzio aveva mandato una lettera a tutti i giovani laureati in architettura di Milano e Lombardia, dicendo loro che, se avevano qualche idea da proporre, di farlo. Io ho colto al volo l’occasione:  avevo appena fatto per casa mia una libreria  che era stata prodotta artigianalmente, ma anticipava concetti innovativi .

Era andata così: facendo seguito alla lettera inviata da Alberto Burzio gli avevo telefonato e  l’indomani lui, venuto a casa mia, ha visto la libreria e ha  immediatamente concluso ”va bene,  la facciamo in serie” e l’ ha messa in produzione .

Era di fatto un primo esperimento di cash and carry  un criterio con cui  qualcuno  più tardi avrebbe  provato a realizzare prodotti d’arredamento pensati per essere  distribuiti in modo più sbrigativo rispetto alla trafila tradizionale: i prodotti potevano essere acquistati, caricati in macchina e portati a casa,

(Un modo di proporre arredi che IKEA ha  poi sviluppato molto bene)

Io avevo fatto un cash and carry a modo mio. Mi serviva in casa una libreria, perché avevo tutti i libri accumulati su una tavola in compensato appoggiata  sopra dei campioni di marmo che la staccavano da terra: ad un certo punto mia moglie mi dsse “basta! o fai una libreria o queste cose le facciamo sparire!”. Allora a tavola, mentre cenavo, ho schizzato una libreria formata da  tavole  e pannelli  da montare come un castello di carte ,per incastri e gravità, dicendo “la facciamo fare al Rama (un nostro amico artigiano ) che sta sul lago di Garda e poi ce la portiamo a casa”.

Ho fatto il disegno – eseguito a tecnigrafo (il computer  ancora non esisteva )– l’ abbiamo spedito, poi siamo andati da lui a ritirare la libreria,  facilmente realizzata . L’abbiamo caricata  in macchina (era costituita solo da pannelli facilmente trasportabili) e portatala a casa l’abbiamo rapidamente montata.

Poco più avanti  (nell’anno 1963) sarebbe stata messa in produzione da Arflex col nome di B 146.

Dopo qualche anno, quando ho pensato di fare questa poltrona, (GAIA) in vetroresina , l’ho proposta ad Arflex: Burzio ha detto solamente “si, ok, falla!

Nello studio  non avevo un locale adatto al tipo di lavoro che intendevo fare: ho cominciato perciò a lavorare in casa in un localino-guardaroba, che era l’ unico dove potevo fare un modello al vero… la progettazione l’ho sviluppata con alcuni schizzi preliminari e con  modelli al vero sui quali potevo facilmente aggiungere   e togliere.

Il primo modello  l’ho realizzato in gesso, chiedendo l’aiuto dell’amico scultore  Giancarlo Marchese,. che mi ha dato tutte le informazioni necessarie. Su una struttura di centine e ordinate in compensato ho messo una rete metallica leggera per dare forma iniziale alle superfici, poi tela di juta , e sopra di essa il gesso allo stato  semiliquido, che poi si rapprendeva  ed era facile da modellare seguendo la forma… ed è nata così la prima versione di questa poltrona, che a me, in quel momento, sembrava bellissima. Mi piace raccontare tutto questo, perché la mia giovinezza, la mia  attività  iniziale di designer sono legata a queste cose.

A questo punto ho chiesto a Burzio ,poiché era pronta  questa prima versione di progetto, di mandarla a prendere e portarla  in Tecniform per mostrarla ai dirigenti di Arflex .

Tecniform , un’azienda collaterale di Arflex,  era un grosso magazzino con un pianale di carico – come si usava una volta – che arrivava a livello dei cassoni dei camion… morale: la poltrona è stata portata in Tecniform, messa su un grande tavolo, coperta da un lenzuolo;  erano stati convocati i soci importanti di Arflex, che erano 5/6 persone. A un certo punto  ho tolto il lenzuolo e scoperto la poltrona (come si fa per l’inaugurazione di un monumento…), cominciando a illustrare il progetto… e si è diffusa una sensazione di gelo terribile: perché era brutta e in quel momento me ne sono accorto anch’io.

Allora ho cercato di rimediare dicendo che stavamo sperimentato un modo diverso di fare l’oggetto, che lo stavamo modificando e che poi lo avremmo fatto vedere modificato.

Burzio ha continuato a darmi fiducia. E io avevo capito cosa dovevo fare.

B146_arflex_bartoli1963_1935

Mi sono messo a lavorare  nuovamente su questo modello .nel  localino in casa, con il gesso, togliendo le parti in eccesso  e aggiungendo dove serviva , ci lavoravo tutte le sere. Al mattino arrivava la domestica che si ritrovava sul pavimento una montagna di trucioli di gesso tolti dal modello e diceva “anca mo?” (“ancora?”), perchè tutte le mattine doveva far pulizia. Io poi di giorno andavo giù in studio al piano terra e lei puliva, poi io tornavo la sera e riominciavo a lavorare… finchè alla fine Burzio  la vide e disse che era giusto averla modificata .Il modello era ora   della forma che poi è stata realizzata in vetroresina .Perché era stato fatto abbastanza bene per poter essere data in mano ad uno stampista , che lo curò ancor meglio (anche se non molto  di più). Fece lo stampo  in vetroresina ricavandolo da questo modello. . Le prime poltrone GAIA venivano stampate manualmente, sempre in vetroresina  entro questo stampo( un altro mondo rispetto a come si lavora adesso).La superficie dei pezzi stampati era poi lucidata come la carrozzeria di un’automobile.

Il risultato  era molto soddisfacete. La presentazione delle Gaia  avvenne  questa volta non con un modello di gesso ma con una decina di pezzi stampati in vetroresina, di colori diversi, collocati in fila   al sole di una mattinata di primavera  del 1967, all’aperto sul pianale di carico di Tecniform: Gli stessi soci importanti di Arflex  della prima presentazione. nuovamente convocati, rimasero  ammirati e senza parole.

Gaia fu per Arflex e per me un buon successo di comunicazione .Di fatto tutte le riviste che si occupavano di design negli anni ’60: (non molte) pubblicarono immagini di Gaia.

Ora torno indietro per spiegarvi il perchè della scelta di fare il designer.

Da ragazzo  avevo la passione per l’aeromodellismo, come si faceva allora. Non esistevano i modelli già pronti da montare,: bisognava farsi tutto, progettare, tagliare, sagomare, incollare… io facevo “modelli a  elastico,” che funzionavano  con una matassa di elastici all’interno della fusoliera, ( veniva avvoltolata con un trapano per mettere poi in rotazione un’ elica che girava e trascinava in volo l’aereo). Per la rotazione dell’elica  era utilizzato un cuscinetto a sfere particolare, il cosidetto cuscinetto reggi-spinta che  non esisteva in commercio.  I cuscinetti erano tecnicamente fattibili con mezzi artigianali e me li facevo  da solo.

Gli aeromodelli necessitavano di progetti esecutivi: facendoli ho imparato la geometria descrittiva e proiettiva con molto anticipo rispetto all’apprendimento in liceo e poi al politecnico.

Tutto questo tipo di lavoro –  quando ho cominciato a fare queste cose avevo 12/13 anni – ha comportato un auto apprendimento straordinario ..Ho scelto poi di fare l’architetto, anche se poi in realtà quello che sapevo  fare era il design, piu’ che l’architettura .Ma allora non c’erano scuole di design. Per fare architettura avrei dovuto fare con un po’ di pazienza un tirocinio presso qualche architetto “giusto” – e ce n’erano – e ho sbagliato a non farlo. Quindi ho finito per fare il designer, perché avevo questi precedenti, perché di fronte a certi problemi sapevo come risolverli. Per me il fatto di realizzare il modello in gesso di GAIA non era una difficoltà, dovevo solo capire dove mettere le mani e lo sapevo fare.   

gaia 4

PASSAGGIO DA STUDENTE AD INSEGNANTE

All’inizio facevo prima l’architetto e poi il designer. Poi ho ho continuato a fare l’architetto e il designer guadagnandomi da vivere con quest’ultima attività. La passione era per entrambe le attività ma le occasioni professionali  erano molto maggiori per il design.

In realtà  quelli che  si dedicavano e sapevano fare il design erano in pochi allora: c’era tutto un mondo da conquistare.

Diciamo che mi sono trovato nel momento giusto, con le cognizioni giuste, nel mercato giusto a fare questo lavoro, e lo faccio tuttora,

Il  passaggio all’insegnamento è avvenuto sopratutto grazie a Gaia , che aveva conquistato la vetrina di Arflex. In quel periodo tutte le persone culturalmente interessate al design andavano a vedere cosa l’azienda metteva in vetrina. Con Arflex lavoravano designer – architetti della prima generazione come Cini Boeri, Zanuso e altri come Pierluigi Spadolini , il quale ,vista Gaia ,mi invitò ad insegnare a Firenze.

marco zanuso

Spadolini oltre che architetto eran buon designer. Aveva avviato una scuola di Design a Firenze presso l’ISIA (IstitutoSuperiore per l’Industria Artistica), che aveva un direttore – Landi – bravo,.Chi andava alla ricerca dei vari insegnanti era però lo stesso Spadolini.

Allora andavo a Firenze tutte le settimane in macchina, percorrendo l’autostrada del Sole, che allora era percorribile a 200 km/h perché  non esistevano ancora limiti di velocità; e le macchine erano poche.Partivo alle 8.00 del mattino da Milano e alle 10.00 ero a insegnare a Firenze… avevo una Alfa Romeo con un buon  motore., e io mi divertivo a correre, specialmente sugli Appennini.

Lì ho fatto l’insegnante per tre anni,  ho rinunciato con dispiacere, perchè l’insegnamento è una cosa bella ,ma per farlo bene  bisogna dedicare molto tempo.Io volevo dedicarmi sopratutto al design.

Poi dopo qualche anno mi sono lasciato tentare nuovamente e  sono tornato ad insegnare all’ ISIA di Roma, ma anche li finì dopo un anno; la professione chiamava.

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QUALI ERANO LE NOZIONI CHE VOLEVA CHE I SUOI ALUNNI IMPARASSERO

Già allora avevo chiare le idee riguardanti la progettazione, che non può essere fatta solo coi “disegnini”: ci deve essere un processo di evoluzione del prodotto che avviene attraverso degli appunti, degli schizzi, poi attraverso un modello in scala  e da quello poi si arrivava alla forma se possibile in dimensione reale.

Il modello in gesso di Gaia è stato il primo riferimento dal quale sono partito per l,insegnamento.

Da li è nato il concetto del lavoro attraverso schizzi inizialmente molto piccoli,poi con un modello, prima uno piccolo (ne avevo uno di Gaia da mostrare) poi uno in dimensioni reali. Da li ho capito che prima di fare i disegni esecutivi, bisognava concentrarsi  sui concetti di uso dell’oggetto progettato, poi sugli schizzi e sul tipo di forma da realizzare.

In sintesi: la forma non va vista solo con gli schizzi, perchè con gli schizzi non vedi abbastanza, ma bisogna provare a farla, bisogna essere capaci di farla. Il modello può anche essere fatto fare dal modellista, (ci sono designer che seguono questa strada); ma facendo direttamente il modello ci si accorge di cosa non va e si può cambiare.

Un altro concetto sul quale insistevo era la necessità di osservare :“copiare” nel modo giusto ciò che  hanno fatto gli altri, così da capire cosa si deve fare. Copiare significa riallacciarsi alla tradizione e andare nella giusta direzione; quindi bisogna verificare cosa si sta facendo fino a svilupparlo nel disegno in grande; da quel disegno si passa al modello al vero e poi si fanno le modifiche necessarie.

Un riferimento che facevo  sovente è il rapporto  del designer con le necessità reali del mondo nel quale viviamo, con le possibilità nuove offerte dalla tecnologia , con l’azienda  e  la sua maturità culturale  in termini di linguaggio delle forme e in termini di evoluzione tecnica.

Un esempio che sovente facevo  è quello di Zanuso. La storia del design italiano è legata anche a quello che  Zanuso ha fatto nel settore del mobile imbottito. Lui per primo ha colto al volo delle possibilità tecniche nuove per rivoluzionare il mondo dell’imbottito, cominciando a lavorare con i nastri elastici e con la gommapiuma stampata ad iniezione.

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QUAL E’ IL MIGLIOR DESIGNER SECONDO LEI

Non uno ma quali e quanti designer e dove,e quando.

Ritengo che i migliori del periodo 1960-1985 possano essere individuati nell’ambito del design italiano, del design del nord Europa e quello ruotante attorno agli Eames negli  U.S.A.

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l design italiano negli anni ’60 si è affacciato prepotentemente  alla ribalta   con la Vespa(invenzione epocale),con i Castiglioni (“Arco”  del ’62) , con Albini (“Luisa”, poltroncina famosa che è stata d’insegnamento per tutti i designer italiani ),con  la “Superleggera” di Ponti e poi la caffettiera “Moka Express” di Bialetti e con molti altri oggetti e designer.

Il design italiano si può delineare parlando degli anni tra il 1960 e il 1985; . La fase ’60-’85 è quella della necessità di invenzione, perché non c’era niente (dei prodotti in serie) da utilizzare, da inserire nell’arredamento , bisognava inventare tutto. il grosso dell’evoluzione del design è avvenuto in questi anni. In Italia si stavano attuando programmi di edilizia popolare  a buon livello; molte persone avevano bisogno di mobili che costassero abbastanza poco da inserire in questa case: servivano dei mobili di serie a prezzo accessibile.

Nel design del nord Europa emerge  in particolare la figura straordinaria di  Alvar Alto.

baco_confalonieri_bartoli_1972

Alvar Aalto ha dato una svolta, ha dato un’ interpretazione all’uso del legno che solo uno bravo come lui poteva dare: ha inventato un modo per fare le gambe di quei tavoli, tagliando tutto a listelli, piegando, reincollando… era molto bravo.

Certamente però il fenomeno piu’ emozionante è quello degli Eames, che in una terra dove non c’era tradizione hanno inventato il design. Così partendo da un approccio – che è quello che a me piace anche in Aalto – attraverso i materiali e ai suggerimenti che i materiali danno, loro hanno inventato l’uso della vetroresina sulle poltrone, sulle scocche, hanno inventato l’uso del compensato nei mobili, nelle sedie, inventando della macchine per stampare il compensato fatte in casa (come potrei averle io giu’ in cantina). Charles Eames aveva questo genio della progettazione della forma e della tecnologia; la moglie era una grafica bravissima; le congiunture degli astri li ha fatti incontrare e sono uscite cose straordinarie.

Il libro famoso sugli  Eames (Eames Design edito da Thames and Hudson )racconta la loro storia. C’è  anche un bel filmato edito da Feltrinelli, sugli Eames, che racconta anche dei rapporti tra moglie e marito… Ray , la moglie, molto brava, era soprattutto una grafica, Charles aveva in mente la chiave della tecnologia e ha promosso  tecnologie interessanti  e rivoluzionarie.

Da loro sono uscite cose straordinarie: loro certamente sono i piu’ bravi.Charles Eames è quello che ha maggiormente influenzato il mondo del design contemporaneo.

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L’ATTENZIONE PER LE COSE SEMPLICI . IL DESIGN DELL’INVENZIONE E DELLA NECESSITA’

La nostra attenzione per il design  di quegli anni dovrebbe puntare  anche sulle cose semplici, sugli oggetti di uso comune che sono stati ridisegnati o inventati.

UN’ESPERIENZA PERSONALE..Uno dei complementi d’arredo  che non si trovavano in produzione  con un disegno corretto erano i reggimensola: allora si usavano in sala da pranzo tavoli fatti in serie o dall’artigiano accompagnati da mensole a muro;  per le mensole  si usavano dei reggimensole in ottone pressofuso, con forme rococò e barocche.

Ho affrontato questo tema con  la ditta Confalonieri.

Questa azienda produceva  dei terribili reggimensole di ottone fuso e stampati artigianalmente per colata.Un nuovo disegno di questo accessorio non era stato affrontato prima da altri .L’azienda  aveva  una nuova macchina per la produzione in serie di accessori in zama pressofusa. Ho affrontato con loro  il tema di nuovi reggimensola di disegno corretto, da produrre in pressofusione. Non esistevano alternative sul mercato. Avevano un prezzo onesto. una forma molto  semplice e accattivante:

Li hanno prodotti per anni. Questo era il design dell’ invenzione  e della necessità.…

Questo tipo di oggetti  è stato affrontato sistematicamente  in quegli anni ;  essi  fanno parte del panorama immenso offerto dal design italiano  dal  60 agli ultimi anni del secolo scorso ; la necessità era  lo stimolo che ne ha determinato la validità.

COSA PENSA DEL DESIGN

Già nel 98 mi avevano chiesto di rispondere alla domanda “cosa pensa del design?”

La mia risposta era questa “vedo il design italiano come un grande circo, nel quale si muove tutto e il contrario di tutto: designer vecchi e giovani ,italiani e  stranieri , che tentano giochi di equilibrio”  critici che leggono il futuro e faticano a vedere il presente… riviste come clown che invadono la pista creando un po’ di confusione; aziende che corrono in tondo e magari riescondo a cogliere l’attenzione del mondo con produzioni da 10 pezzi all’anno… tutto si muove come una grande rappresentazione; il bello è che che qualcuno riesce anche a divertire e a divertirsi.”

Questa risposta vale ancora: le aziende che si salvano sono poche.

E’uno dei motivi per confermare che il design  che preferisco è quello prodotto  tra il ’60 e l’85 e comunque prima del 98.

PERCHE’ MILANO RIMANE ANCORA UNA CITTA’ COSI’ RINOMATA PER IL DESIGN?

Credo che sia la coda di anni straordinari. Ci sono altre realtà, che certamente non potranno avere la stessa parabola che ha avuto a Milano, ma che stanno venendo avanti: il design non c’è solo  a Milano , ma anche  in Italia e  nel resto d’Europa,in America, Sudamerica,in Giappone e in  Cina.. C’è ancora  una forte  cultura del design a Milano perchè molti giovani dedicano ancora del tempo e passione a questo tema “sempre appassionante” che è il design. Anche se è difficile trovare la sostanza che c’era allora,i giovani fanno cultura fanno cultura cercando di capire cosa devono fare.
Noi cosa facciamo? Cerchiamo di disegnare per aziende con le quali abbiamo mantenuto i rapporti; alcune aziende sono scomparse o stanno scomparendo; per fortuna altre resistono o stanno emergendo.

LA “SCUOLA DI MILANO”. Negli anni ’60 quando molti architetti milanesi si dedicavano all’edilizia abitativa, facendo anche delle belle case, che sono passate alla storia; c’era necessità di mobili, magari anche prodotti in serie. In quel periodo si era formato di conseguenza un robusto gruppo  di progettisti – che io chiamo ” scuola di milano “– costituita anche da architetti del calibro di: Zanuso, Albini, Gardella, Caccia Dominioni e parecchi altri

che facevano arredamenti per la borghesia. Sovente questi arredamenti diventavano una sorta di laboratorio per sperimentare prototipi di mobili che alcuni artigiani  lungimiranti cominciavano a mettere in serie, rendendoli disponibili a prezzi contenuti. Questi architetti hanno creato un filone di cultura del design che aveva la sua radice a Milano, nella Brianza e in parte nel Veneto, qualcosa in Piemonte e in Emilia. Poi sono arrivati anche  designer da altre parti d’Italia , ma dopo…

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COSA SI SENTE DI CONSIGLIARE AI GIOVANI IN QUESTO PERIODO DIFFICILE?
Ogni tanto viene qui qualcuno che vuole fare il designer e io gli dico “impara le lingue e vai in giro per il mondo”. . Se un giovane proprio vuole fare il designer forse dovrebbe guardarsi intorno e andarlo a fare dove c’è ancora la necessità di inventare qualcosa.